Informazioni

Nell’anno in cui la città di Forlì è al centro di un’importante mostra sul Cinquecento italiano, si è scelto questo ricco periodo per un’indagine che il visitatore, il cittadino, il fedele, possono compiere in autonomia tra le chiese di Forlì e di Forlimpopoli e nella splendida Pinacoteca ai Musei San Domenico.
Il territorio forlivese è ricco infatti di opere importanti del Cinquecento, sia perché fu officina di una scuola pittorica che proprio alla metà di quel secolo diede i suoi frutti più maturi, sia perché fu ricca committente, a partire dalla fine del XVI secolo, di importanti commesse ad artisti di altre scuole (Santi di Tito, il Cigoli, Guido Reni, Guercino e il Cagnacci, per citare i più celebri e dotati).
La guida è strutturata secondo alcuni itinerari e seguendo alcuni temi trasversali proposti che sono parsi i più rilevanti per una lettura dei significati delle opere a carattere sacro.
La finalità infatti che abbiamo individuato come peculiare è di fornire una lettura soprattutto iconografica, dunque di soggetto e di contenuto trattato nell’immagine, pur non dimenticando accenni allo stile proprio a ciascun autore e al periodo, nonché alla destinazione originale dell’opera.
I temi secondo i quali si troveranno raccordate le opere, selezionate tra quelle che ancora oggi abbelliscono gli altari delle chiese di Forlì e Forlimpopoli o che già un tempo le ornavano (e in questo caso si trovano oggi per diverse vicende in Pinacoteca ai Musei San Domenico) sono quelli che ebbero maggior sviluppo perché funzionali a esprimere le idee forti della Riforma cattolica: la centralità dei Sacramenti, in particolare l’Eucaristia; la centralità della figura del Cristo; la devozione alla Madonna; una rinnovata devozione per i Santi.
Il materiale è ricco e stimolante già per farne una sintesi eloquente di come il fenomeno della Riforma protestante prima, e di quella cattolica (detta anche Controriforma) poi, incisero sulla produzione artistica, anche nei centri minori d’Italia e d’Europa. Si vedrà così che il clima culturale nel quale si svolsero gli avvenimenti traumatici che riguardarono la religione e la società nel Cinquecento, ebbero certamente centri maggiori di dibattito ed elaborazione di teorie e stili, quali Roma, Milano, Venezia, Bologna, ma che proprio per la gerarchica e capillare struttura della Chiesa Cattolica, tutte le novità arrivarono a toccare qualsiasi territorio.


Le immagini prima e dopo la riforma
La questione religiosa conseguente alla Riforma protestante è l’evento culturale centrale del Cinquecento Europeo. Essa connota e condiziona il panorama sociale, politico, intellettuale ed economico di un’Europa già pronta all’innesto della miccia di grandi sconvolgimenti che portassero a nuovi equilibri. All’interno di questo panorama assume connotati propri ed entra in un dibattito specifico il ruolo delle immagini sacre. Il problema si pone non tanto per autonoma iniziativa e sensibilità degli artisti, ma per le accuse che vengono rivolte, da parte dei riformati, al culto eccessivo per le immagini sacre e per le reliquie da parte dei fedeli. Questo portò, in ambito germanico, a vere e proprie forme di iconoclastia, dove si rifiutava in assoluto una qualsiasi funzione all’immagine sacra in quanto suscettibile di essere adorata come idolo, piuttosto che essere un semplice tramite per la conoscenza di ciò che rappresentava.
La proliferazione incontrollata del culto dei Santi andava poi a discapito del messaggio fondamentale della Chiesa cristiana, cioè quello della Salvezza attraverso la mediazione della figura di Cristo. Vi erano poi alcune “licenze” all’interno della pittura religiosa dell’inizio del secolo, che erano bersaglio troppo facile della propaganda protestante: Santi poco decorosi o addirittura difficili da riconoscere, episodi del Vecchio e Nuovo Testamento che si facevano tema marginale e oscuro all’interno di complesse narrazioni.
La Chiesa, attraverso il Concilio, pur biasimando alcuni eccessi del passato e prendendo le dovute cautele, ribadì il ruolo fondamentale delle immagini sacre a fini devozionali. Le immagini erano state e continueranno a essere per la Chiesa uno strumento potente per istruire, convincere e alimentare la fede di una popolazione ancora in gran parte analfabeta.
Prima attraverso forme isolate di autocritica, poi sempre più sotto l’influenza di teologi, gli artisti misero in discussione le immagini che producevano in particolare per i luoghi di culto, già dagli anni Quaranta del Cinquecento. Si assistette così a un mutamento progressivo ma significativo nella scelta di cosa rappresentare e come rappresentarlo nei dipinti a destinazione religiosa.
Si arrivò poi a una posizione ufficiale, scaturita dal Concilio, dove più che indicare positivamente una strada da seguire, si invitavano i Vescovi a un controllo severo su tutto quello che riguardasse le immagini sacre nei luoghi di culto delle rispettive Diocesi.
Chi invece si impegnò, come il Cardinale Paleotti, per fornire una serie di indicazioni propositive agli artisti, e più ancora ai sacerdoti, per indirizzarli nella elaborazione di immagini sacre, lo fece appellandosi ai principi di decoro, chiarezza, pertinenza, verosimiglianza al soggetto centrale da rappresentare.

Newsletter

Iscriviti alla nostra newslettere per essere aggiornato sugli eventi e attività